Ogni cosa ha il suo tempo.
Cari amici,
È da tempo che penso a come scrivere questa lettera.
Ho iniziato diverse volte, cercando le parole giuste. Poi ho capito che non esiste un modo semplice per raccontare dieci anni della propria vita. Ancora meno per salutare qualcosa che, per così tanto tempo, è stato parte di ciò che sei.
Dieci anni di GIOMECCA.
Quando tutto è cominciato ero più giovane, più ingenuo e sicuramente più inquieto. Avevo un'idea molto personale di ciò che la pasticceria potesse essere e un desiderio quasi irragionevole di darle una forma, un luogo, un'identità.
Non sapevo cosa sarebbe diventata GIOMECCA. Ma sapevo cosa non volevo che fosse.
Non volevo aprire semplicemente un'altra pasticceria.
Volevo creare qualcosa che avesse una voce propria. Qualcosa che potesse essere riconosciuto senza nemmeno leggerne il nome. Un luogo in cui un dolce non fosse soltanto qualcosa di buono da mangiare, ma potesse esprimere un pensiero, un'emozione, una contraddizione.
Non volevo inseguire tendenze o ripetere idee soltanto perché funzionavano altrove.
Volevo costruire qualcosa che mi appartenesse, non perché ne fossi il proprietario, ma perché ci fosse dentro una parte di me.
E così, poco alla volta, GIOMECCA ha preso forma.
Attraverso anni di lavoro, errori, esperimenti, intuizioni, dubbi, convinzioni e cambiamenti.
Ricordo le mattine in cui Berlino dormiva ancora e io ero già in laboratorio. Le notti passate a cercare di risolvere problemi che il giorno prima non ero riuscito a capire. Le creazioni su cui lavoravo per settimane e che, una volta in vetrina, sparivano in poche ore. E tutte quelle che non sono mai uscite dal laboratorio.
Ricordo l'entusiasmo di quando qualcosa riusciva esattamente come l'avevo immaginato. E la frustrazione di quando, nonostante tutti gli sforzi, non funzionava.
Ci sono stati giorni meravigliosi. E giorni che avrei preferito non vivere.
Ho amato questo lavoro profondamente. Anche troppo. Al punto da non riuscire più a distinguere dove finisse GIOMECCA e dove cominciasse la mia vita.
Quando costruisci qualcosa che nasce da te, il confine tra ciò che fai e ciò che sei diventa sempre più sottile. Fino a scomparire.
E quando questo accade, ogni successo diventa personale. Ma anche ogni fallimento.
Ogni errore ti segue a casa. Ogni problema diventa tuo da risolvere. Ogni decisione porta conseguenze che vanno ben oltre il laboratorio.
C'è un lato del costruire qualcosa che le persone raramente vedono. La responsabilità di tenerlo in vita. La pressione costante di far funzionare le cose. Le decisioni che devi prendere da solo, i compromessi che non avresti mai voluto accettare, le energie che continui a trovare perché fermarti non ti sembra un'opzione.
Per anni ho creduto che, se qualcosa fosse stato abbastanza importante per me, avrei sempre trovato il modo di sostenerne il peso.
Mi sbagliavo.
Esiste un limite a quanto una persona può dare a qualcosa, indipendentemente da quanto lo ami.
E riconoscere quel limite non è semplice quando ciò che hai costruito è diventato parte della tua identità.
Con il tempo, GIOMECCA è diventata il mio linguaggio.
Attraverso forme, consistenze, contrasti, idee sviluppate e altre abbandonate, riuscivo a esprimere cose che non sapevo dire in altro modo.
Alcune creazioni sono rimaste per anni. Altre sono esistite per pochissimo tempo. Altre non sono mai state ripetute.
So che molti di voi avevano i propri dolci preferiti. Che certe creazioni erano diventate parte delle vostre domeniche, dei vostri compleanni, delle vostre abitudini.
Me ne sono reso conto leggendo i vostri messaggi. Persone che ricordavano un dolce mangiato anni prima, famiglie che conservavano fotografie delle nostre creazioni, clienti dispiaciuti perché qualcosa che amavano non era più disponibile.
Ho ricevuto anche critiche e messaggi piuttosto duri.
E va bene così.
Un dolce può richiedere giorni per essere immaginato, ore per essere realizzato e pochi minuti per essere mangiato.
Eppure qualcuno può ricordarselo per anni.
È una delle contraddizioni più belle di questo mestiere: creare qualcosa destinato a scomparire, sperando che lasci una traccia.
Ma GIOMECCA non poteva diventare la custode dei ricordi degli altri.
Capivo l'affetto per certe creazioni, ma non potevo continuare a ripeterle soltanto perché qualcuno le amava. Avrei tradito me stesso e ciò che avevo cercato di costruire.
Ho eliminato prodotti che funzionavano. Ho abbandonato idee nelle quali avevo creduto. Ho distrutto cose belle per cercare di crearne altre senza alcuna garanzia che sarebbero state migliori.
Ho preso decisioni sbagliate. Altre che ancora oggi difenderei.
Non ho mai creduto che creare significasse trovare qualcosa che funziona e ripeterlo fino allo sfinimento.
Per me creare ha sempre significato cercare dentro la propria libertà.
E cercare significa anche avere il coraggio di perdere qualcosa.
Era il mio modo.
C'è però un'altra parte di questa storia che voglio raccontare.
Una parte meno bella. E non intendo addolcirla.
In questi anni ho conosciuto la pasticceria da prospettive molto diverse. Ho studiato, lavorato, sperimentato, partecipato a competizioni internazionali. Ho ricevuto premi e riconoscimenti che un tempo consideravo traguardi enormi.
Sono orgoglioso del lavoro che c'è stato dietro.
Ma più entravo in certi ambienti, più perdevo l'ammirazione che avevo per quel mondo.
Ho conosciuto professionisti straordinari. Persone con una conoscenza profonda della materia, capaci di spiegare non soltanto come si fa qualcosa, ma perché. Persone che hanno dedicato la vita allo studio, alla ricerca, agli errori e alle soluzioni.
Professionisti che non hanno bisogno di una telecamera per dimostrare quello che sanno.
E ho visto alcuni di loro rimanere nell'ombra, mentre altri, semplicemente più popolari, diventavano punti di riferimento.
Ho visto persone con una preparazione immensa essere messe ai margini perché non avevano un seguito, non erano abbastanza visibili o non avevano alcun interesse a trasformarsi in personaggi pubblici.
E ho visto fenomeni del web ottenere attenzione e autorevolezza senza avere necessariamente una preparazione all'altezza del ruolo che veniva loro attribuito.
Questa cosa mi fa schifo.
Anni di studio, esperienza e competenza possono pesare meno della capacità di costruirsi un personaggio.
E tutto questo viene accettato come normale.
Parliamo continuamente di eccellenza, tradizione, ricerca e rispetto per il mestiere.
Belle parole.
Poi contiamo i follower, le visualizzazioni, le collaborazioni. Diamo peso alle recensioni di blogger e influencer che non conoscono i processi, non comprendono il lavoro e si permettono comunque di giudicarlo con l'autorità di chi pretende di sapere.
La competenza diventa secondaria. Conta la capacità di stare al centro dell'attenzione.
Ho conosciuto da vicino anche il mondo delle competizioni e delle guide gastronomiche. Da partecipante, da professionista, da persona che ci ha investito tempo, energie e una parte importante della propria vita.
E ho visto cose che mi hanno fatto perdere molte illusioni.
Ho incontrato persone serie e preparate, che dedicano a queste manifestazioni un lavoro enorme. Le rispetto.
Ma ho visto anche un ambiente che parla continuamente di meritocrazia ed eccellenza mentre lascia spazio a dinamiche, interessi, relazioni e giochi d'immagine che con il talento hanno ben poco a che fare.
Un mondo che pretende di stabilire il valore di un professionista attraverso classifiche, riconoscimenti e titoli, dimenticando quanto sia più complesso il lavoro che dovrebbe giudicare.
Un premio può rappresentare anni di sacrifici e un risultato di cui andare fieri.
Ma non è una misura assoluta del valore di una persona.
Vincere non rende automaticamente grandi professionisti. Non vincere non rende meno capaci.
E un titolo non dovrebbe mai sostituire la conoscenza e il rispetto.
Ho incontrato un ambiente che, nella mia esperienza, era molto più interessato a celebrare sé stesso che a interrogarsi su ciò che stava diventando.
Questo mi ha deluso profondamente.
Perché io questo mestiere lo amo. Ed è proprio per questo che non riesco ad accettare certe cose.
Il problema va ben oltre la pasticceria.
Viviamo in una società che ha perso la pazienza di capire.
Vogliamo vedere. Scorrere. Riconoscere. Apprezzare o dimenticare. Tutto nel giro di pochi secondi.
Siamo ossessionati dall'estetica, dalla novità, dalla prossima tendenza.
Un prodotto deve essere fotografabile. Un locale deve avere un'immagine riconoscibile. Un professionista deve sapersi raccontare, pubblicare, intrattenere.
Non basta più sapere fare qualcosa.
Bisogna convincere gli altri di saperla fare.
Essere conosciuti conta più che conoscere.
Mi fa rabbia pensare a quante persone competenti e appassionate restano senza le opportunità che meritano perché non sono abbastanza interessanti per un algoritmo.
E mi fa ancora più rabbia che siamo proprio noi a sostenere questo sistema.
Con la nostra attenzione. Con quello che scegliamo di seguire. Con ciò che premiamo, compriamo, condividiamo.
Vogliamo l'autenticità, purché sia bella da vedere.
L'originalità, purché assomigli abbastanza a qualcosa che conosciamo già.
L'eccellenza, purché sappia intrattenerci.
L'artigianalità, ma pretendiamo di consumarla e pagarla come fosse un prodotto industriale.
Io non considero normale tutto questo.
E non ho intenzione di fingere il contrario.
C'è poi un paradosso che riguarda direttamente GIOMECCA.
L'ultimo rebranding è stato anche una mia dimostrazione consapevole di quanto conti il modo in cui qualcosa viene presentato.
Ho cambiato l'immagine, il linguaggio visivo, il modo di raccontare il mio lavoro.
Non ho improvvisamente imparato a fare pasticceria meglio di prima.
Ero sempre io.
Con le stesse mani, gli stessi anni di esperienza, le stesse conoscenze, gli stessi limiti.
Eppure, cambiando la forma, cambiava anche il modo in cui quel lavoro veniva percepito.
È questo il punto.
L'estetica dovrebbe essere espressione di un pensiero. Non un modo per nasconderne l'assenza.
Un dolce non è migliore perché è fotografato meglio.
Un professionista non è più preparato perché ha più follower.
E un'idea non diventa originale perché è diventata virale.
Anch'io ho fatto parte di questo sistema. Ho cercato riconoscimenti, utilizzato i social, investito nell'immagine e accettato compromessi.
Lo conosco perché ci ho vissuto dentro.
Ed è proprio per questo che non intendo trattarlo con riguardo.
Abbiamo confuso troppo a lungo il riconoscimento con il valore.
Non voglio chiudere questa parte della mia vita fingendo che tutto sia stato meraviglioso.
Non lo è stato.
Non vi chiedo di comprendere tutte le mie decisioni. Né di condividerle.
Ma vorrei che ci fermassimo a pensare a cosa significa davvero il lavoro di un artigiano.
Dietro una vetrina non ci sono soltanto prodotti. Ci sono anni di vita, conoscenza, errori, rinunce e ricerca.
C'è un essere umano.
Qualcuno che ogni giorno mette qualcosa di sé in ciò che crea. Qualcuno che porta responsabilità, dubbi e pressioni che nessuna fotografia potrà mai mostrare.
E niente di tutto questo può essere misurato da una classifica, da una recensione o dal numero di persone che seguono un profilo.
Abbiamo imparato a conoscere il prezzo di ogni cosa e stiamo perdendo la capacità di riconoscerne il valore.
Le tendenze passeranno. Ne arriveranno altre, sempre più velocemente. Ma una competenza costruita in vent'anni non nasce con una tendenza e non scompare quando un algoritmo smette di considerarla interessante.
Un artigiano non è un contenuto da consumare. È un essere umano che ha dedicato la propria vita a imparare a fare qualcosa. E merita rispetto, che sia famoso oppure no.
GIOMECCA è stata anche la mia risposta a tutto questo.
Imperfetta, contraddittoria, qualche volta incoerente.
Ma mia.
Ho preferito correre il rischio di sbagliare con un'idea mia piuttosto che avere ragione ripetendo quella di qualcun altro.
Ma c'è un'altra cosa che ho imparato.
Le convinzioni, da sole, non bastano a sostenere tutto.
Nemmeno il talento. Nemmeno la passione. Nemmeno la disciplina.
Per dieci anni ho chiesto moltissimo a me stesso. Ho affrontato problemi, preso decisioni, corso rischi e continuato ad andare avanti, spesso senza concedermi il tempo di capire cosa tutto questo mi stesse facendo.
Sono diventato molto bravo a trovare soluzioni.
Molto meno a riconoscere quando avevo raggiunto i miei limiti.
Per anni ho pensato che bastasse stringere i denti ancora un po'. Risolvere un altro problema. Superare un'altra difficoltà. Resistere un altro giorno.
Il problema è che, quando vivi così a lungo, smetti di accorgerti di quanto stai consumando di te stesso.
Ci sono cose che nessuna determinazione può risolvere. E ci sono momenti in cui continuare a lottare per qualcosa significa perdere di vista tutto il resto.
Non intendo spiegare ogni ragione dietro questa conclusione. Alcune appartengono all'azienda, altre alla vita, altre rimarranno mie.
Ma non voglio ridurre dieci anni così complessi a una storia con un'unica causa.
E soprattutto non voglio raccontare questa conclusione come se fosse esattamente ciò che avevo immaginato.
Non lo è.
GIOMECCA ha preso una direzione che non avevo previsto. Le cose sono cambiate, le circostanze anche. Ho dovuto fare i conti con realtà che non appartenevano al progetto che avevo in mente.
Non tutto è andato come volevo. Non tutto è dipeso da me. E non tutto quello che ho perso può essere misurato.
È una verità che non ho bisogno di rendere più bella.
Guardandomi indietro, vedo quanto GIOMECCA sia cambiata.
E quanto io sia cambiato insieme a lei.
GIOMECCA è stata il mio autoritratto.
La parte più profonda di me che ho scelto di mostrare a chi aveva davvero voglia di guardare.
Non perfetta. Non sempre facile da capire. Contraddittoria, ostinata, persino difficile da amare.
Ma sincera.
C'è qualcosa di me in ogni fase di questi dieci anni. Nelle creazioni riuscite e in quelle sbagliate. Nelle decisioni coraggiose e in quelle che oggi non riprenderei. Nelle mie convinzioni e nei miei dubbi.
Non cancellerei tutto ciò che non ha funzionato. Sarebbe come cancellare una parte di me.
E ora quest'opera, nella forma in cui avete imparato a conoscerla, è arrivata alla sua conclusione.
Alla fine di dicembre 2026, le porte della pasticceria a Berlino si chiuderanno per l'ultima volta.
Scriverlo fa uno strano effetto.
Per dieci anni ho aperto quelle porte quasi ogni giorno. Ho visto cambiare le stagioni attraverso le vetrine, ho conosciuto persone, ascoltato storie, visto bambini diventare grandi, clienti diventare volti familiari.
Ho passato così tanto tempo tra quelle mura che mi è difficile immaginarle senza tutto quello che ci ho costruito dentro.
Eppure arriverà un giorno in cui spegnerò le luci e chiuderò la porta.
Come ho fatto migliaia di volte.
Solo che quella volta sarà l'ultima.
Non esiste un modo semplice per salutare qualcosa che ha occupato una parte così grande della propria vita.
E non tutto deve essere spiegato.
Ho sempre pensato che un'opera d'arte non perdesse il proprio significato quando una mostra finisce.
Un dipinto rimane un dipinto anche quando la galleria chiude.
E un'opera non deve necessariamente durare per sempre per essere stata importante.
È così che scelgo di guardare a GIOMECCA.
Non come a qualcosa di incompiuto.
Non come a qualcosa che non è riuscito a durare abbastanza.
Ma come a un'opera che è esistita, si è trasformata, ha attraversato momenti bellissimi e terribili e ha preso una direzione che non avevo previsto.
Rimane un'opera d'arte. Anche con un finale diverso da quello che avevo immaginato.
E se quest'opera porta la mia firma, è anche vero che non l'ho costruita completamente da solo.
A tutte le persone che hanno lavorato con me in questi anni, voglio dire grazie.
A chi è rimasto a lungo e a chi ha condiviso con noi soltanto un periodo. A chi ha creduto nelle mie idee e a chi le ha messe in discussione. A chi ha portato pazienza quando ero difficile, a chi ha dato energia quando la mia mancava.
Avete portato dentro GIOMECCA una parte delle vostre vite.
E questo non lo dimentico.
Ma soprattutto, voglio parlare a voi.
A tutte le persone che hanno attraversato quelle porte.
A chi è venuto una volta sola. A chi tornava ogni settimana. A chi ci ha scoperti per caso e a chi ci ha seguiti per dieci anni.
Mi avete dato qualcosa che non avrei mai potuto creare da solo.
Un significato che andava oltre le mie intenzioni.
Io potevo immaginare un dolce, scegliere gli ingredienti, studiarne le consistenze, decidere come dovesse apparire e quale sapore dovesse avere.
Ma non potevo decidere cosa avrebbe rappresentato per voi.
Quella parte apparteneva soltanto a voi.
A una famiglia che divideva una scatola di pasticcini la domenica. A qualcuno che sceglieva una torta per festeggiare una persona amata. A chi tornava per il proprio dolce preferito. A chi ha portato qualcosa di GIOMECCA a una cena, a una festa, a casa di qualcuno.
E anche a chi si è arrabbiato quando abbiamo cambiato qualcosa.
Perché significa che ciò che facevamo aveva trovato un posto nella vostra vita.
Sapere che qualcuno conserva ancora la fotografia di un nostro dolce, che ne ricorda il sapore dopo anni o che racconta un momento importante attraverso qualcosa che abbiamo creato, mi emoziona più di quanto riesca a spiegare.
Quando crei qualcosa, puoi controllarne quasi ogni dettaglio.
Ma non puoi controllare il ricordo che lascerà.
Quello non ti appartiene più.
Ho creato GIOMECCA partendo da qualcosa di profondamente personale. Da una mia idea, da una mia necessità, da un'ossessione.
Ma col tempo è diventata parte delle storie di altre persone.
E non riesco a immaginare qualcosa di più bello.
Ci sono cose che farei diversamente, se potessi ricominciare.
Decisioni che riconsidererei. Momenti che avrei voluto apprezzare di più. Persone alle quali avrei voluto dedicare più tempo. Giorni in cui ero troppo occupato a pensare a quello che mancava per accorgermi di quello che avevo già davanti.
Non sono stati dieci anni perfetti.
Ma sono stati veri.
E non cambierei la ragione per cui ho cominciato.
Volevo creare qualcosa che mi somigliasse.
Qualcosa con una propria identità.
Qualcosa che non avesse bisogno di piacere a tutti per avere una ragione di esistere.
Per dieci anni ho cercato di farlo.
Ci sono riuscito e ho fallito. Ho imparato, cambiato idea e ricominciato.
Ci ho messo tutto quello che avevo.
Più di quanto riuscissi a comprendere allora.
Ora è arrivato il momento di lasciare che questo capitolo diventi un ricordo.
Mi piace pensare che GIOMECCA possa riaffiorare nei modi più inaspettati.
In una fotografia ritrovata sul telefono.
Nel ricordo di un sapore.
In una conversazione su un dolce che non esiste più.
O semplicemente passando davanti a una porta, ricordandosi di quello che c'era una volta.
Non ho bisogno che GIOMECCA venga ricordata da tutti.
Ma se anche solo alcune persone conserveranno qualcosa di questi dieci anni, allora ciò che ho creato avrà raggiunto luoghi nei quali io, da solo, non sarei mai potuto arrivare.
Ed è molto più di quanto avrei potuto chiedere.
Grazie per la vostra fiducia, per la curiosità, per le critiche, per aver accolto le mie idee anche quando erano difficili da comprendere.
Grazie per essere tornati.
Grazie per aver dato valore a qualcosa che per me era così personale.
E grazie, soprattutto, per aver permesso a GIOMECCA di entrare, anche soltanto per un momento, nelle vostre vite.
Alcune cose sono destinate a essere ricordate, non ripetute.
GIOMECCA non è mai stata soltanto una pasticceria.
E non lo sarà mai.
Con tutta la mia gratitudine,
Giorgio Mecca
Fondatore di GIOMECCA